Caro Giannino, noi studenti universitari siamo fessi, allora?

“e vive con la sua donna”

Oscar Giannino, presidente di Fare per Fermare il Declino, dopo le uscite sull’incidente di Fukushima, prova del nove della sicurezza nucleare, e sull’eruzione del Vesuvio come soluzione ai problemi di Napoli, se ne è uscito con un’altra brillantissima sparata.

Secondo un documento del Consiglio Universitario Nazionale, tra il 2003 e il 2012 l’università italiana ha perso circa 58.000 studenti (-17%). È come se fosse scomparso un ateneo di medie dimensioni.

Giannino si compiace di questo declino, interpretandolo a suo modo. Perché sempre più giovani diplomati decidono di non iscriversi all’università? Forse perché le tasse universitarie sono aumentate (e i limiti sono stati incrementati) e le misure per il diritto allo studio sono state abbattute dai tagli approvati dal Parlamento?

Ma va: seguendo il ragionamento del tweet di Giannino, molti giovani italiani potrebbero benissimo permettersi l’università, ma hanno capito che non conviene fare la fine di quei fessi (come me e molti altri) che decidono di impegnarsi nello studio per acquisire delle conoscenze e un titolo di studio che consenta loro di accedere ad una professione qualificata e di elevarsi culturalmente.

Poveri fessi! Perché studiare 10 anni o più dopo le scuole medie quando con un semplice corso di tre anni puoi arrivare ad avere un ottimo reddito e a vivere con la tua donna (cit.)?

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Autore: pietrodn

Sono nato nel 1993 e studio Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano. Amo leggere, programmare, costruire cose. Nella mia vita sono stato un Wikipediano e ho fatto parte del Consiglio di Istituto della mia scuola che è il Liceo Scientifico "Albert Einstein" di Milano. I miei interessi spaziano dall'informatica nelle sue diverse espressioni fino alla politica universitaria e a tutte le cose che possono definirsi geek.

14 thoughts on “Caro Giannino, noi studenti universitari siamo fessi, allora?”

  1. Questo travisamento e’ sconcertante. Travisano Fukushima, travisano il Vesuvio, e ora travisano una denuncia dell’incapacita’ del sistema universitario di creare competenze spendibili, interpretandolo come celebrazione del declino. Ragazzi miei, se volete fare campagna a qualcuno fatela. Ma l’onesta’ intellettuale non e’ un lusso, e’ una precondizione del dibattito.

  2. Pietro, ma l’hai ascoltato il brano di Giannino che tu stesso hai linkato (http://www.youtube.com/watch?v=HiHOYF1nu1Y )? Non parla affatto di “’eruzione del Vesuvio come soluzione ai problemi di Napoli”, ma dice testualmente
    “dell’emergenza-Napoli, dai rifiuti a tutto il resto, ce ne accorgeremo solo, e adesso lo dico seriamente, quando si risvegliera’ il Vesuvio, capiremo che li’ non c’e’ piu’ legalita’ da nessuna parte”.
    In altre parole, nota che a meno di un evento catastrofico, CHE SPERA CHE NON SUCCEDA per le vittime e i danni che provocherebbe, Napoli sara’ lasciata marcire nel presente degrado e mancanza di legalita’.

      1. Embe’? E’ la triste constatazione dell’attuale inerzia e rassegnazione a tirare a campare fino alla catastrofe, non l’auspicio di quest’ultima.

  3. Mi piacerebbe sapere da Giannino cosa consiglierebbe ai suoi figli o ai figli della classe agiata. Fessi anche loro? Giannino alimenta l’odio sociale.

      1. Il problema non e’ solo l’accesso, ma anche la qualita’ (che purtroppo nell’universita’ italiana e’ andata declinando negli ultimi decenni, anche a causa della mancanza di concorrenza tra gli atenei: trovami un’istituzione italiana ai primi posti di classifiche internazionali tipo http://www.timeshighereducation.co.uk/world-university-rankings/2012-13/world-ranking o http://www.shanghairanking.com/ARWU2012.html ) e l’utilita’ dei corsi (produrre decine di migliaia di laureati in Scienza della comunicazione o Psicologia, di cui sul mercato del lavoro non c’e’ gran domanda, e’ una ricetta per produrre disoccupazione intellettuale – e questo si’ che “alimenta l’odio sociale” – o assunzioni di personale inutile nello stato a gravare il suo bilancio).

        1. Nel mondo ci sono almeno 10.000 università. Entrare nelle prime 100, significa far parte del top 1%, un club riservato a chi ha risorse adeguate (nel 2012 le spese operative della sola Harvard superano il 60% del fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana). Ciò nonostante, proprio le classifiche internazionali mostrano che università italiane sono mediamente di buon livello: secondo la classifica di Shanghai il 37% delle università italiane entra nelle prime 500 mondiali (ovvvero il top 5%) contro 41% di Germania, 32% di UK, 25 di Francia e 16% di Spagna.

          Fonte: “Malata e denigrata : l’universita italiana a confronto con l’Europa”
          (a cura di M. Regini, Roma, Donzelli 2009)

        2. Se consideriamo gli USA e le principali nazioni europee, non si può dire che in Italia c’è una “schiacciante prevalenza” degli indirizzi in materie umanistiche. Al contrario, nel gruppo di confronto l’Italia è penultima come % di laureati in materie umanistiche.

          % laureati in scienze umane, arte e istruzione

          22,3% Italia
          19,1% Francia
          31,0% Germania
          24,2% NL
          23,8% Spagna
          27,4% UK
          28,6% US

          Fonte: “Malata e denigrata : l’universita italiana a confronto con l’Europa”, p. 64
          (a cura di M. Regini, Roma, Donzelli 2009)

  4. La risposta, molto semplice, è “sì”. Chi, come peraltro anche il sottoscritto, continua a studiare all’Università italiana, specie nelle facoltà umanistiche dove il pensiero e l’analisi critica vengono quotidianamente stuprati da uno stupido nozionismo che sparisce il giorno dopo gli esami – che però, nel frattempo, grazie all’esautoramento delle facoltà intellettive, sono diventati a portata di tutti gli idioti possibili – è un fesso.
    Certo, va detto che molti se ne stanno accorgendo troppo tardi, e quantomeno la famosa triennale vogliono finirla per poi abbandonare un manicomio terrificante, foss’anche per andare a stare sotto un ponte.
    L’Italia ha un problema di fondi, certo, di strutture, certo, di preparazione e motivazione di studenti e professori, ma ha soprattutto un problema di METODO. Non lo dico io, ma Tullio De Mauro: uno che avrebbe davvero potuto cambiare in meglio il sistema universitario, ma che, come ben racconta nel suo “La cultura degli italiani”, è stato fatto fuori poco elegantemente. Cosa dice, De Mauro: che la nostra Università è solo teorica e nozionistica, poco pratica (anche nell’elaborazione del pensiero). Anche lui afferma che si producono troppi laureati inutili, che usciti dal nido verranno sbranati dal Mondo.
    Purtroppo è finita, ci hanno ben incastrati. De Mauro aveva proposto, per esempio, la SISSA dopo la laurea triennale. In 5 anni eri insegnante, come accade in tutti gli altri paesi europei. Lorsignori si opposero: “No, dottore e insegnante dopo 3 anni di studio? Non va bene, inaccettabile”. Cose di questo genere.
    L’hanno fatto apposta. L’Europa chiedeva meno disoccupati e più laureati, così hanno creato le condizioni affinché si parcheggiassero i futuri disoccupati nelle Università.
    Per fare ciò hanno abbassato il livello dei programmi, messo le maglie ai professori, che devono ragionare in termini di “CFU”.
    In una simile situazione, il calo di iscrizioni è una notizia favolosa. Significa che, pur ammettendo l’impossibilità economica ad iscriversi, non ritengono di dover sforzarsi per entrarvi. Perché sanno che è tempo buttato via.
    E’ il primo vero segnale di un marciume che sta venendo fuori, e che, chissà, forse porterà a una riforma definitiva che riporti l’Università a livelli davvero meritocratici: premiare l’intelligenza e non la memoria, l’analisi critica e non la nozione blaterata a memoria, la capacità di elaborazione anziché l’inadeguatezza alla pratica delle conoscenze acquisite.
    Si cominci con le lauree triennali: o le si rende utili a qualcosa, oppure le si tolga, poiché sono il sintomo più limpido di una truffa decennale. Poi si vedrà. Ma bisogna agire.

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