Ddl Aprea: il killer della scuola democratica

Valentina Aprea, deputato PDL
Valentina Aprea, deputato PDL e relatore del PDL 953

Immaginatevi una scuola senza i rappresentanti degli studenti e dei genitori nei Consigli di Classe. Anzi, senza Consigli di Classe. E con dei privati che siedono nel Consiglio di Istituto, che ora si chiama Consiglio di Indirizzo. E con docenti di serie A, B e C.

Alla Camera dei Deputati è all’esame un disegno di legge che, se approvato, comprimerebbe gli ampi spazi di discussione e di democrazia attualmente presenti nell’ordinamento scolastico. Mi riferisco agli organi collegiali che, dai Decreti Delegati del 1974, hanno posto le basi per una partecipazione attiva da parte di studenti e famiglie all’amministrazione della scuola.

La proposta all’esame

Il progetto di legge n. 953, altresì detto “ddl Aprea” dal nome della prima firmataria, Valentina Aprea (PDL), è intitolato Norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico dei docenti.

Il ddl si era per fortuna arenato nei cassetti della Commissione, ma il 25 gennaio 2012 la Commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera dei Deputati ha ripreso l’esame del ddl 953 e dei disegni di legge abbinati. Nel verbale della seduta della Commissione si legge che le varie proposte di legge su questi temi sono state riassunte in una “Proposta di testo unificato” del relatore in Commissione (la stessa Aprea). È a questo testo che farò dunque riferimento.

Fondazioni e partner esterni

In testa al ddl si legge che alle scuole è riconosciuta autonomia statutaria e che gli statuti delle istituzioni scolastiche regolano l’istituzione, la composizione e il funzionamento degli organi interni nonché le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica. Molto pericoloso! Attualmente la composizione e il funzionamento degli organi interni delle scuole sono fissati in modo rigido dal Testo Unico sulla scuola (1994). Non si capisce perché da una scuola all’altra gli organi di amministrazione debbano funzionare in modo diverso. Si lascia definire “le forme e le modalità di partecipazione della comunità scolastica” alle stesse scuole. È evidente ai lettori più smaliziati che questo comma lascerebbe spazio a soluzioni strampalate, o peggio autoritarie, secondo le quali la partecipazione di tutte le componenti della comunità scolastica sarebbe, di diritto e di fatto, inibita.

Il ddl, secondo le intenzioni dei firmatari, vorrebbe dare più autonomia alle scuole, alla cui amministrazione parteciperebbero non solo i componenti interni, ma anche i rappresentanti delle realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi (art. 1). Nel Consiglio di Amministrazione potranno esserci membri completamente estranei alla scuola stessa. Ciò comprometterebbe l’autonomia degli istituti, e l’imparzialità degli stessi insegnamenti.

L’art. 2 prevede che le scuole possano costituire delle fondazioni con la partecipazione di partner: soggetti pubblici e privati, altre fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni non profit.

Del preside si occupa l’art. 4: il dirigente scolastico ha la legale rappresentanza dell’istituzione e, sotto la propria responsabilità, gestisce le risorse umane, finanziarie e strumentali e risponde dei risultati del servizio agli organismi istituzionalmente competenti. Ma quali sono gli “organismi istituzionalmente competenti”?

Consiglio di istituto? No, di indirizzo.

Il Consiglio di Indirizzo prende il posto del Consiglio di Istituto, e ne assume le competenze. Il numero di membri è drasticamente ridotto: se prima, per le scuole più grandi come la nostra, si poteva arrivare a 19 membri, ora il numero di consiglieri è compreso tra 7 e 11. Infatti la composizione dell’organo non è fissata rigidamente. Dopo 6 mesi dal suo insediamento, il Consiglio di Indirizzo può modificare con la maggioranza dei due terzi lo statuto della scuola, che disciplina la composizione dello stesso Consiglio! Lo statuto deliberato dal consiglio di indirizzo non è soggetto ad approvazione o convalida da parte di alcuna autorità esterna.

Il dirigente scolastico e il direttore dei servizi generali e amministrativi sono membri di diritto, e il numero di docenti deve essere uguale a quello dei genitori. La rappresentanza degli studenti deve essere assicurata, ma il numero di studenti consiglieri è definito dagli Statuti delle singole scuole. In teoria ci potrebbe essere anche un solo studente in Consiglio di Indirizzo. Possono far parte del Consiglio fino a due membri esterni, scelti dallo stesso Consiglio. Il Consiglio di Indirizzo può essere presieduto da un genitore (come per il Consiglio di Istituto), oppure da un membro esterno. Il presidente convoca l’organo e ne stabilisce l’ordine del giorno.

Come è facile capire, a seconda degli Statuti la consistenza delle varie componenti può essere aumentata o ridotta a piacere. Nulla è scritto riguardo alla rappresentanza degli ATA. Il Consiglio di Indirizzo può esercitare alcune funzioni solo su iniziativa del dirigente scolastico, che vede così aumentato a sproposito il proprio potere. Ma la cosa più grave è la partecipazione dei membri esterni all’amministrazione della scuola, che la potrebbero sottoporre ad indebite pressioni di parte.

Rappresentanti di classe: no, grazie

L’art. 8 tratta degli Organi di valutazione collegiale degli alunni, composti solo ed esclusivamente dai docenti. Tali organi prendono il posto dei Consigli di Classe, che rappresentano importanti momenti di confronto tra docenti, studenti e genitori. Decaduto il Consiglio di Classe, spariscono necessariamente anche i rappresentanti di classe (studenti e genitori) che fungono da raccordo tra la scuola e le relative componenti.

Dopo la mazzata dell’art. 8, in quello successivo arriva la supercazzola prematurata con scappellamento a destra: le istituzioni scolastiche, nell’ambito dell’autonomia organizzativa e didattica riconosciuta dalla legge, valorizzano la partecipazione alle attività della scuola degli studenti e delle famiglie, di cui garantiscono l’esercizio dei diritti di riunione e di associazione. Come se fosse Antani: prima il ddl abolisce quasi tutte le rappresentanze istituzionali di studenti e genitori, e poi demanda la costituzione di organi rappresentativi alle stesse istituzioni scolastiche, che non promuoveranno mai la partecipazione di studenti e genitori se non obbligati dalla legge.

Nell’art. 10 si prevede, in termini molto generici, un nucleo di valutazione della scuola pilotato dall’INVALSI, in cui deve essere presente almeno un membro esterno.

Insegnanti di serie A (e di serie B e C)

Seguono alcuni articoli sullo stato giuridico e il reclutamento dei docenti. I professori sono distinti in tre caste: docente ordinario, esperto e senior. Una commissione interna alla scuola, composta dal dirigente e da due docenti senior, eletta dai docenti esperti e senior, giudica gli ordinari e gli esperti. I concorsi per il reclutamento degli insegnanti sono banditi non più dallo Stato ma dalle reti di scuole e spetta ai singoli istituti confermare i professori dopo tre anni di servizio. Tradotto nella prassi italica, significa che verranno assunti gli amici del preside.

Insomma: il trionfo del clientelismo e del servilismo. I docenti di grado inferiore saranno costantemente sotto ricatto della commissione di valutazione: gli individui più “scomodi” verranno prontamente eliminati o, se in prova, non riconfermati.

Charter schools ed academies

Alcune idee contenute nel ddl non sono nuove, e traggono ispirazione dal modello della charter school statunitense (in Inghilterra la scuola corrispondente si chiama academy). Le charter schools sono scuole pubbliche, finanziate all’80% dalle tasse, che sono più autonome degli istituti statali e slegate da alcuni vincoli burocratici; in cambio, devono rendere conto dei risultati ottenuti che, se non soddisfacenti, comportano la chiusura della scuola stessa. Tra le libertà concesse vi è anche quella di chiamare e licenziare gli insegnanti. La valutazione della scuola e dei singoli insegnanti è in genere basata su dei test oggettivi (che possono introdurre pesanti distorsioni sull’insegnamento).

Tali scuole si propongono come alternativa alle scuole pubbliche e in certi casi sono particolarmente ambite dalle famiglie. Se la domanda è maggiore dell’offerta di posti, si pone allora il problema della selezione, che in genere viene effettuata per sorteggio. Il meccanismo della “lotteria” ha provocato un vivo dibattito nell’ambiente educativo statunitense, ed ha ispirato film come The Lottery o Waiting for “Superman”. Il secondo, a causa del suo orientamento a favore delle charter schools, è stato duramente biasimato dai critici.

Vi sono molti punti critici nella realtà delle charter schools. Gli studi condotti su tali scuole mostrano che solo in una minoranza dei casi la loro performance supera quella delle scuole pubbliche. Destano preoccupazione i finanziamenti da fondazioni private, che introdurrebbero un modello “aziendalistico” anche nel mondo dell’educazione.

Performance delle charter school
Solo in una minoranza di casi le charter schools danno migliori risultati delle scuole pubbliche. Fonte: "Multiple Choice: Charter School Performance in 16 States", pag. 44 (Stanford University)

Uno studio della Stanford University (Multiple Choice: Charter School Performance in 16 States), da cui è tratto il grafico precedente, è assai scettico sulle charter schools. Pur riconoscendo che per determinati gruppi di studenti (studenti in situazione di povertà e studenti che devono apprendere la lingua inglese) le charter schools siano una scelta conveniente, lo studio afferma che la maggior parte degli studenti rende peggio rispetto alle scuole pubbliche.

Students not in poverty and students who are not English language learners do notably worse than the same students who remain in the traditional public school system.

Nelle conclusioni il documento sottolinea l’importanza di chiudere le charter schools che diano risultati negativi.

Despite promising results in a number of states and within certain subgroups, the overall findings of this report indicate a disturbing — and far‐reaching — subset of poorly performing charter schools. If charter schools are to flourish and deliver on promises made by proponents, a deliberate and sustained effort to increase the proportion of high quality schools is essential. The replication of successful school models is one important element of this effort. On the other side of the equation, however, authorizers must be willing and able to fulfill their end of the original charter school bargain: accountability in exchange for flexibility. When schools consistently fail, they should be closed.

Le esperienze condotte all’estero mostrano che è opportuno intraprendere strade simili con molta prudenza, se non evitarle del tutto. Siamo sicuri che sia questo il modo migliore di riformare la scuola italiana?

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Autore: pietrodn

Sono nato nel 1993 e studio Ingegneria Informatica al Politecnico di Milano. Amo leggere, programmare, costruire cose. Nella mia vita sono stato un Wikipediano e ho fatto parte del Consiglio di Istituto della mia scuola che è il Liceo Scientifico "Albert Einstein" di Milano. I miei interessi spaziano dall'informatica nelle sue diverse espressioni fino alla politica universitaria e a tutte le cose che possono definirsi geek.

4 thoughts on “Ddl Aprea: il killer della scuola democratica”

  1. Poveri noi, vedo che il testo è persino riuscito a peggiorare negli ultimi anni. Sembra un misero scimmiottamento della legge 240 per l’università, che trascura il fatto che una scuola non è un’università e che se lí può esserci un’esigenza di differenziazione qui si ridurrebbero potenzialmente tutte le scuole al livello delle charter school, come indicato…

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